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Dal libro Afghanistan dove Dio viene solo per piangere, di Siba Shakib, nasce la raccolta/spettacolo Shirin Gol, che attraversa la vita di una donna afghana fragile e fortissima, tra racconto e speranza.
Uno spettacolo di Teatro/Canzone in cerca di uno sceneggiatore.
- Shirin Gol mia cara
- Mille
- Musica di stacco 1
- La torre di fuoco
- Musica di stacco 2
- Ti avrei raccontato
- La guerra (non) è (ancora) finita
- La donna nuda
- Azadine la donna del diavolo
- Un matrimonio
- Un matrimonio – la danza
- Un cuore di carta
- …. una prigione …. e una regina
- Chissà se ieri sarà mai domani
- Sognando il Nord
“In Afghanistan quasi tutti i nomi propri hanno un significato. Shirin-Gol significa Dolce Fiore. Forse perché, proprio nel momento in cui lei nasceva, sua madre aveva visto un fiore, un fiore che emanava un fragrante profumo. O forse quel nome non è che un frutto dell’immaginazione, nient’altro che una romanticheria. Forse la madre di Shirin-Gol, che, come tutte le madri di questo mondo, per la nascita di quell’altro figlio aveva patito grandi dolori, proprio in quel momento si era chiesta come avrebbe fatto ad allattare un altro bambino se aveva il corpo stremato e i seni avvizziti. Forse si era sentita sollevata quando, finalmente, il bambino era uscito dal suo corpo e aveva visto che si trattava solo di una femmina. Perché se Shirin-Gol fosse stata un maschio, avrebbe avuto bisogno di quantità maggiori di latte e avrebbe dovuto dedicargli maggiori attenzioni. Avrebbe dovuto portarlo spesso in braccio, avrebbe dovuto organizzare una festa per la sua nascita e ammazzare una pecora, avrebbe dovuto trovare del denaro per la circoncisione e portarlo dal mullah affinché imparasse il Corano.” “No, Allah è misericordioso, e questa volta, la nona, le ha mandato solo una femmina. A dire il vero Dio è sempre stato buono con la madre di Shirin-Gol. Come primo figlio, nel ventre le ha deposto un maschio, così che suo marito potesse sentirsi un vero uomo e non fosse costretto a romperle i denti o a rispedirle nella casa di suo padre. Per maggiore sicurezza, e perché tutto restasse com’era, anche il secondo figlio che Dio le ha mandato è stato un maschio. E anche il terzo. Poi Allah ha pensato anche a lei, alla madre di Shirin-Gol, e l’ha benedetta per ben tre volte con la nascita di una femmina. Così, finalmente, ha avuto qualcuno che l’aiutasse a sbrigare tutto il lavoro che comportavano il marito, i tre figli maschi e la coltivazione dei campi. Finalmente ha avuto qualcuno che l’aiutasse a cuocere il pane, a cucire gli abiti, a badare alle pecore, a mungere le mucche, a cucinare, a intrecciare tappeti e a sbrigare mille altre faccende. Sono nati poi altri due figli, ancora maschi: per ciascuno di loro il padre di Shirin-Gol ha ucciso una pecora, ciascuno di loro ha dovuto essere circonciso, ma, almeno, questi due figli non sono dovuti andare dal mullah, perché oramai già i primi tre avevano imparato il Corano. E l’anno successivo a quello in cui sono nati gli ultimi due fratelli, quelli meno importanti, è nata Shirin-Gol, finalmente. Per il padre non è stato né un bene, né un male. Per la madre è stato un bene.”
Era stata, si racconta, una attesa spasmodica. Le chiese si erano riempite di fedeli ed i penitenti erano fioriti dappertutto. Dai pulpiti delle chiese i predicatori si affannavano a raccontare le bellezze dell’aldilà e condannare i peccati di questo mondo. Sul letto di morte ognuno cercava di donare tutti i suoi averi alla chiesa. I ladri restituivano il maltolto, i peccatori si pentivano, i nemici si trovavano insieme ed i lupi bevevano allo stesso ruscello degli agnelli. Digiuno generale per tutti da due giorni. La sera di San Silvestro, il papa, si affaccia dalla finestra del palazzo apostolico ed impartisce la benedizione. Mezzanotte. Fu un’ora strana. Tutti guardarono il cielo e si fecero il segno della croce. Una luna alta nel cielo presagiva la fine. Stavamo attendendo tutti che da un momento all’altro si staccasse dal cielo ed arrivasse su di noi. Qualche cosa succederà prima o poi. La terra, come preannunciato, tremerà prima o poi e si apriranno le viscere e ci mangeranno come fauci di belve feroci. Piano non urlate, ascoltiamo in silenzio se suonano in lontananza le trombe del giudizio universale. Strano però che non stia succedendo nulla. Che l’orologio della storia sia un po’ più indietro dei nostri, poveri umani. Quindici minuti, poi venti, mezz’ora, un’ora. Qualche dubbio affiora. Che questa storia delle fine del mondo sia un’altra delle storie dei ricchi per assoggettare i poveri? Sfiniti dall’attesa molti si addormentano in mezzo alla strada, nelle chiese in preghiera, nei boschi raggiunti con la speranza di difendersi in mezzo agli alberi. Nulla era successo. Allora tanta paura per nulla. Tanti sacrifici per nulla. Rivogliamo i nostri doni, tradiamo le nostre donne, mangiamo i nostri agnelli, mangiamo anche per i due giorni di inutile digiuno. Pecchiamo anche più di prima per la gioia. E nei secoli successivi Duchi, Marchesi, Conti, Vassalli tutti sotto il potere del Vescovo sovrano danno largo spazio ai loro peggiori istinti di potere e spesso sopruso. La joie de vivre sarà il faro del nuovo millennio che era appena cominciato.
Ancora il richiamo del medioevo si fa vivo, cercando di riportare indietro l’umanità di centinaia di anni. Ma la reazione del pachiderma americano é sproporzionata, fuori luogo. Come un animale ferito reagisce alla tragedia con una tragedia ancora più grande. Gli Stati Uniti attaccano l’Afghanistan.
Un attimo dopo il cielo è pieno di uccelli di ferro, grandi, enormi, minacciosi, rumorosi. Uccelli che Shirin-Gol non aveva mai visto prima. “Dio ha mandato questi nostri volanti” dice la madre, “per punirci dei nostri peccati.” “Quali peccati?” chiede Shirin-Gol. Tutti i peccati” risponde la madre. “Questi uccelli non sono mostri” dicono i fratelli maggiori. “Sono gli elicotteri dei russi e si chiamano Antonov.”. “Antonov” sussurra Shirin-Gol. “Un bel nome, peccato che siano così perfidi e maligni.”
(…..) “I russi? Chi sono i russi? I nostri vicini? Perché sono venuti? Cosa vogliono da noi? Non abbiamo nulla” dice la madre alzando la voce. Il padre fissa i propri figli e dice “Dobbiamo andare sulle montagne. Prima erano gli inglesi a occupare la nostra terra e a decidere del nostro destino, ora ci provano i russi. Prima erano gli inglesi a posare gli occhi sulle nostre donne e sulle nostre figlie, ora sono i russi. Prima erano gli inglesi a profanare e disonorare la nostra terra e la nostra religione, ci hanno umiliati e privati del potere, hanno rubato la nostra libertà e insozzato il suolo della nostra patria, ora è la volta dei russi. Non abbiamo nessun’altra scelta, è giunta l’ora di unirci ai mujahedin per scendere in guerra contro i russi, e, se così deve essere, lotteremo fino all’ultima goccia di sangue.”. Queste sono le ultime parole che Shirin-Gol ricorda di aver sentito pronunciare dal padre. L’uomo chiama a sé i figli maggiori, prega, dà a ciascuno un’ara, le munizioni, e scompare dalla vita di Shirin-Gol e dalla capanna di fango, lasciando un vuoto enorme, che lei avverte in ogni momento della giornata: quando mangia, quando siede, quando bada ai gemelli, quando toglie i pidocchi dai loro capelli, quando fila la lana, quando, tutte insieme, cuciono gli abiti, intrecciano i tappeti, macinano lo zucchero o il grano. Quando siedono tutti insieme e parlano della guerra, dei feriti, dei morti, dei russi. Quando stendono materassi e coperte e si preparano per la notte.
“Shirin-Gol si chiede se le armi, e quant’altro è bene che rimanga lì, sono diventate anch’esse martiri, ma non riesce a trovare una risposta. Affretta il passo per non restare indietro, e insieme agli alti, si dirige verso nord, in direzione di Kabul, la capitale. “Dov’è Kabul?”, “Perché Kabul?”, “Perché non verso sud?”, “Perché non a est, oppure a ovest, perché non torniamo al villaggio?”, “Perché non ricostruiamo la capanna?”, “Perché?”, “Perché questo, perché quello?” “Zitta” ordinano i fratelli, il padre, la madre, quando Shirin-Gol fa domande. “Zitti” ordina Shirin-Gol quando i gemelli fanno domande“ (…..) “Rumore e chiasso, asfalto, case di pietra grandi come montagne, uomini che camminano in fretta, auto che sputano fumo nero, aria maleodorante, alberi sporchi, donne senza velo, ragazze con le braccia nude, ragazzi che urlano “stupidi montanari” additando Shirin-Gol e la sua famiglia. Il padre di Shirin-Gol, che, all’improvviso, è diventato più piccolo e rattrappito rispetto a quando era in montagna, china, mortificato, il capo. I fratelli di Shirin-Gol, che raccattano da terra delle pietre, le lasciano ricadere. Le sorelle di Shirin-Gol, nascoste sotto i loro veli osservano avidamente la scena. La madre di Shirin-Gol dà loro uno scappellotto sulla nuca. Kabul, la capitale. “Poi accade una cosa che Shirin-Gol crede di aver solo immaginato, anzi, forse di averla soltanto sognata. La donna nuda si alza, tende la mano, guarda suo padre diritto negli occhi e tiene la mano tesa tanto a lungo, fino a quando il padre, a sua volta, tende la sua e tocca, sia pure per un breve istante, la punta delle dita della donna nuda.
Azadine è andata a scuola ai tempi in cui a Kabul c’era ancora il re, e poi ha studiato nella scuola dei russi. Ha dovuto interrompere gli studi quando i mujahedin hanno dato il via alla loro guerra fratricida e hanno chiuso le università. Azadine è scappata prima in Pakistan e poi in Iran, ha terminato lì i propri studi ed è tornata a Kabul. A causa della guerra, ma anche perché nel frattempo suo fratello non abitava più lì e lei, come donna, non poteva abitare da sola in città, Azadine è tornata nel villaggio nel quale era nato e cresciuto suo padre e dove, in quel periodo, vivevano ancorategli zii. Tutti sono molto felici del fatto che Azadine sia tornata e la maggior parte delle persone la tiene in gran considerazione e la rispettano, anche se è una donna. E non soltanto perché Azadine è un bravo medico, ma anche perché è una persona buona e generosa. Cura non solo chi può pagarla, ma tutti quelli che bussano alla sua porta, anche se a mani vuote. “Dio è grande” dice Azadine. “Provvederà lui affinché io abbia sempre di che mangiare e di che vivere.”
“Si – dice Shirin Gol guardando sua figlia – il giovane ha dei begli occhi. Si e’ bello.. Si e’ gentile. Ha potere. Ha denaro, Si, si, si. Ma e’ un talebano” “E’ proprio un talebano – dice – E allora? Cosa c’e’ di male? Vogliono portare la pace a noi e alla nostra terra. Vogliono liberarci” “Proprio una bella pace – replica Shirin Gol a denti stretti – che la loro pace possa conficcarglisi in gola e strozzarli! (….) I miei fratelli sono caduti nelle loro mani. Che Dio li protegga e faccia in modo che nessuno dei sue sia diventato uno di loro”. “Sei una ragazzina sciocca, non hai nessuna idea della vita delle persone …. Apri gli occhi” Nur Aftab non ascolta. Non vede. “Da quando i talebani hanno preso il potere, hanno sottratto molti campi ai loro legittimi proprietari. Tuo padre ha perso il lavoro, proprio perché i talebani hanno proibito la coltivazione dell’oppio. Solo per poter prendere loro in mano le redini di questo affare”. Nur Aftab non ascolta. Non vede. “Nessuna donna può più uscire da sola, senza maharam. Io non posso, e nemmeno tu puoi. Tutte le donne devono coprirsi dalla testa ai piedi con un velo. Il tuo bel talebano mi ha proibito di lavorare. Di cosa vivremo?”. Nur Aftab guarda sua madre senza aprire bocca.
“E’ ancora una bambina” sussurra Shirin-Gol, stringendo con forza il braccio di Azadine. “E’ una ragazzina intelligente” risponde Azadine. E sottolinea: intelligente. “Abbi fiducia”prosegue Azadine “ Tutto andrà bene. Il ragazzo é pieno di amore. E’ diverso dagli altri uomini. E’ come una giovane pantera ferita. E’ cresciuto senza padre ne’ madre, con la fame nello stomaco e la paura nel cuore, e’ stato portato in Pakistan, nel campo profughi e la e’ stato messo nelle mani di uomini fanatici. Nelle mani di uomini che, in nome della religione, gli hanno fatto il lavaggio del cervello e lo hanno fatto diventare quello che e’. Chi può saperlo” dice ancora Azadine “forse, grazie all’amore e alla saggezza di tua figlia riuscira’ a ritrovare la ragione che gli hanno rubato alla madressa”. “Staremo a vedere” dice Shirin-Gol fra se e se. ‘Staremo a vedere”. (….)
“Ho paura, dice Morad. Ho paura del viaggio, ho paura del confine, degli iraniani, ho paura del paese e dei suoi abitanti” “Questa volta non puoi aver paura” dice Shirin-Gol “perché questa volta ho paura anche io. Ho paura di tutte le cose che fanno paura anche a te. Ma ho ancora più paura di restare qui. Ho paura che useremo il denaro che ci ha dato il giovane talebano per nostra figlia e che dopo non avremo più nulla di cui vivere e che non avremo più nessuno che ci aiuterà” Shirin-Gol guarda il suo Morad e si ricorda della prima volta che lo ha visto, in piedi davanti a lei. Quella volta, quando lei aveva ancora le scarpe, scarpe di plastica nera da allacciare. Quella volta, quando lei andava ancora a scuola e si arrabbiava con i gemelli perché stavano li a gingillarsi e a perdere tempo. Quella volta , quando si era chinata per allacciarsi le scarpe e il sangue le era affluito alla testa ripensando al lago, al giovane, agli sguardi proibiti e a come si erano sfiorati. Ricordando quel sentimento proibito. Quella volta, quando si era vergognata di ciò che aveva fatto. (…) “Avevamo detto che avremmo concesso nostra figlia al talebano e che, con quel denaro, saremmo potuti andare in Iran. Proviamoci Morad”. Morad tace. Shirin-Gol sospira e dice: “Proviamo e stiamo a vedere cosa succede”. Morad si liscia la barba che ha dovuto farsi crescere per ordine dei talebani, sospira e dice: “Bene, proviamo e stiamo a vere cosa succede”.
Shirin-Gol depone il suo terzo nipote nelle braccia della madre e dice “Allah ti doni di vivere la tua vita in pace e in tranquillità. Dio faccia si che la tua patria, l’Afghanistan, sia finalmente libera”. Shirin-Gol toglie di nuovo il fazzoletto, tira indietro i capelli bianchi, sorseggia il resto del suo tè zuccherato e chiede a sua figlia: “Come lo chiami?”. “Shir-Del, come il mio primo marito, quello che hanno ucciso” dice Nur-Aftasb, baciando il figlio sulla fronte. “Shir-Del. Cuor di Leone.
E’ un bel nome” dice Shirin-Gol. “I tuoi capelli hanno perso il colore” esclama Nur-Aftab “sono diventati bianchi.
Sei diventata una bibi”.
Una bibi. Una nonna.
Dolce nonna. Bibi-Shirin
