(Estratto dallo scritto “Sudore” di marco moscardi)
Undici anni prima della caduta dell’ormai famoso muro, la Storia ci rendeva partecipi del suo racconto.
Io giovane cooperatore di provincia che andava a lavorare nel capoluogo non avrei mai pensato che la Storia bussare così forte alla nostra porta.
Erano si anni difficili, per certi versi bui. Sicuramente due cose erano certe, la sinistra e la destra. Erano ben definite.
O meglio erano ben collocate una all’opposto dell’altra. Non ci si poteva confondere. Ma chiare e definite al proprio interno, questo no.
A sinistra si andava dai partiti socialisti, o meglio socialdemocratici fino all’ala estrema del terrorismo di estrema sinistra.
A destra dai partiti monarchici, repubblicani (e questi non proprio collocati sempre a destra) all’estrema destra fascista, che sognava ritorni di fiamma, di quando c’era LUI.
Le destre e le sinistre dialogavano pur nella loro estrema diversità, gli estremi si menavano e nei casi peggiori si uccidevano a vicenda.
Poi c’era la Balena Bianca, la mamma di tutti gli italiani, la Democrazia Cristiana. La chiesa fatta stato. Sempre ininterrottamente al potere dalla fine della seconda guerra mondiale.
Il primo ad affibbiare il soprannome “balena bianca” alla potentissima Democrazia Cristiana fu Giampaolo Pansa. Un nomignolo che non dispiaceva ai vertici democristiani, se addirittura negli anni ’80, quando votava scudo crociato un elettore su tre, fu realizzato uno spot per le elezioni europee con protagonista una simpatica balena. Lo slogan era “La balena bianca è grande, mansueta e non inquina”!
«Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no», «Contro i provocatori di guerre e i venduti allo straniero, vota Garibaldi». Il 18 aprile 1948, al termine di una campagna elettorale senza esclusione di colpi, anche la Granda si recò alle urne per la prima vera sfida politica dell’Italia repubblicana. Dall’esito cuneese delle elezioni nacque il mito della «balena bianca», della Democrazia Cristiana piglia tutto.
“Non moriremo democristiani”, recitava il provocatorio motto coniato da Luigi Pintor de “Il Manifesto”. Ma nessuno si accorse che con il malaffare di una parte di essa fu gettato al vento molta storia dell’Italia del dopoguerra e della rinascita e l’Italia democratica ha vissuto berlusconianamente per 17 lunghi anni e molto peggio che sotto lo scudo crociato. Era l’emblema del potere e dell’eleganza, una statica contraddizione.
Dopo aver visto il tempo delle opere pubbliche tarocche dalla Milano nel ventennio successivo, si é dovuto perfino riconoscere che il piano casa di Fanfani fosse l’unico esempio di edilizia pubblica che questo Paese abbia conosciuto a livello nazionale.
La DC che era diventata giustamente il principale bersaglio della contestazione giovanile degli anni ’70 e ’80, era il potere incarnato in quegli uomini sempre al governo ed in quella rete economico-politica che gestiva la vita di tutti. Ma era anche quella che partoriva un ex partigiano come Enrico Mattei a capo dell’industria italiana e un pedagogo illuminato come Ettore Bernabei alla guida della RAI.
C’è stato anche un pezzo di Dc che ha tramato nell’ombra, con i poteri occulti, le trame fasciste e mafiose. Ma anche quella che dopo Piazza Fontana ha fatto fronte comune con la sinistra per fermare la stagione dei golpe. C’è stata una DC che ha combattuto i poteri occulti a testa alta firmando con Tina Anselmi la condanna tombale della P2.
Fu anche il partito di una certa sobrietà, di Aldo Moro al mare in giacca e cravatta, che sembrava francescana nel tempo delle veline all’Olgettina. Era il partito di Carlo Donat Cattin che non si vergognava di proclamarsi non “ministro del Lavoro”, ma “dei lavoratori”.
Era un po’ di tutto, il centro del Paese, il potere nella maggioranza ed il contropotere nella sua stessa minoranza. Con Mino Martinazzoli capace di affondare il governo democristiano di Fanfani, nel 1987, con un discorso che diceva: “La recita si è fatta scadente, abbassiamo il sipario”. Una invettiva profetica contro il teatrino della politica e del tempo dei leader che sopravvivono a se stessi che di li a poco avrebbe preso il sopravvento. E quanto era stato profetico un altro grande discorso di Martinazzoli al congresso democristiano del 1989 e quel paradosso consegnato con intelligenza alla storia: “Abbiamo combattuto per una vita quelli per cui la politica era tutto (i comunisti), adesso ci ritroviamo come nemico quelli per cui la politica è nulla”.
Nel 1990 De Mita afferma il primato della politica sul potere, con le clamorose dimissioni di cinque ministri democristiani contro la legge Mammì che spianava la strada a Mediaset ed al potere padronale di Berlusconi e di quasi tutta la politica la suo servizio. Unica certezza è che non siamo morti democristiani.
Che quel giorno sarebbe stato uno degli spartiacque della storia però era chiaro.
Dalla finestra del mio ufficio che deva sulla Piazza del Popolo del capoluogo di provincia si stava radunando sempre più gente con bandiere di tutti i tipi. Era difficile da capire. Prima le bandiere della CISL e della Democrazia Cristiana, poi quelle socialiste, poi quelle del Partito Comunista, del PCI di Enrico Berlinguer, poi gli altri sindacati.
Mai visto bandiere così diverse cosi vicine fra loro.
Normalmente se ciò fosse accaduto avresti visto qualche tafferuglio, volare qualche insulto. Invece silenzio. Completo silenzio.
Bandiere rosse, bianche, verdi e poi quelle rosse, bianche e verdi insieme della nostra bandiera tutte vicine. E silenzio.
Non era l’epoca di Internet, ne dei mezzi di informazione veloci ed a disposizione immediata di tutti.
“che succede?”
“non so, veramente una strana cosa!”
Le notizie camminavano sulle righe dei giornali, ma il giorno dopo o alla televisione nei telegiornali tre, quattro volte al giorno. E solo su poche reti RAI.
Ma c’erano le mitiche Edizioni Straordinarie. Se vedevi sospendere i programmi e partire la sigla della Edizione Straordinaria, ti dovevi preoccupare. Un terremoto o un attentato sarebbe stato annunciato a breve.
Ma quello che stava per accadere o meglio era già accaduto, per noi sarebbe stato impensabile.
Era il mattino del 16 marzo 1978 e le bandiere ormai riempivano la piazza.
A Roma in Via Fani, l’auto di Aldo Moro e quella della scorta, vengono intercettate da un commando delle Brigate Rosse, uccisi 5 agenti e rapito Il Presidente.
La sfida allo Stato italiano alzava il suo terribile livello.
Aldo Modo stava andando in Parlamento per la fiducia al Governo Andreotti, il governo con l’appoggio esterno del Partito Comunista, quello del Compromesso Storico.
L’Italia degli anni ’70 era divisa. Vedeva attentati susseguirsi fra loro. Attentati agli uomini dello Stato, uccisioni di militanti delle estreme ali della politica, manifestazioni, tafferugli, cariche della polizia.
Si provava ad uscire dal terrorismo nero di stato di Piazza Fontana, Brescia, Italicus, ma non si facevano i conti con la storia.
Ogni parte imponeva all’altra la sua forza, la democrazia era in bilico, la Balena Bianca si sfilacciava, perdeva la sua forza centrista. Il pancione molle d’Italia, che dopo gli anni ’60 si era posizionato bene, al centro della scena, con i suoi privilegi, le proprie certezze, le proprie ricchezze. Non voleva dividere nulla con gli altri.
La destra che aveva perso la battaglia per ribaltare l’assetto democratico, aveva rigurgiti violenti, viveva sottotraccia.
La sinistra si dibatteva sulla transizione berlingueriana dell’idea del socialismo e comunismo, il comunismo dal volto buono e la vicinanza con la Madre Russia. La rivoluzione possibile.
Dibatteva ancora sulla giustezza e o meno degli interventi russi in Ungheria nella Praga di Alexander Dubcek.
Berlinguer traghetta il Partito verso un compromesso politico ed istituzionale con la Democrazia Cristiana di Zaccagnini e Moro. Serviva tranquillità, stabilità, unione per poi, calmare la situazione, tornare magari in modo diverso a combattersi politicamente.
Le BR e chi li fiancheggiò prima e dopo per molto tempo, dissero di no. E fermarono colui che questa idea si era fatta e la stava attuando quella mattina. Non si è mai ben capito se fossero la lunga mano di servizi segreti stranieri, rossi e neri o se qualcuno alla loro guida fosse un informatore dei nostri servizi, ma certo molte forze insieme tramarono e spinsero nell’ombra perché Moro non tornasse vivo da quella storia e pieno di rancore raccontasse davvero la storia del nostro Paese e di qualche suo amico politico molto in vista in quel momento.
Sudore di agguati, di trame e di armi automatiche.
Cinquantacinque giorni dopo verrà fatto trovare il suo cadavere in Via Caetani a Roma, la piccola via fra la sede del Partito Comunista e quella della Democrazia Cristiana. Doveva essere il punto più alto della sfida allo Stato e fu chiaramente l’inizio della fine delle Brigate Rosse, dell’estremismo di sinistra organizzato.
Quello di destra era già praticamente morto come struttura eversiva.
Rimaneva quello sottotraccia che continuò nel tempo dietro la massoneria, la Loggia P2 ed altre organizzazioni più o meno democratiche.
Il nove maggio dello stesso anno la piazza di riempì di nuovo, ma questa volta non era silenziosa. Urlavano slogan, da un lato della piazza con un megafono si abbozzava un piccolo comizio.
Era successo quello che non doveva succedere.
