(Estratto dallo scritto “Sudore” di marco moscardi)
Era il 1974.
Era un viaggio nuovo per i ragazzi di queste parti, ragazzi un po’ fuori dal grande mondo, fuori dalle influenze che spostavano con le loro proteste e le loro spinte gli equilibri del mondo.
Da queste parti il Mondo era più semplice, più lineare. Passioni, ideali, delusioni e speranze anche qui avevano diritto di vita. Ma in modo più offuscato, più ovattato.
Vivevamo una tensione riflessa.
Però anche qui era arrivato quel vento nuovo del rinnovamento della chiesa.
Spinte in avanti verso un nuovo modo di essere sacerdoti e fedeli. Un modo meno … di vivere le cerimonie ed i riti. La caduta di barriere altissime fra che predicava e chi ascoltava.
Le messe partecipate, l’altare che si sposta in avanti verso i fedeli, che si rovescia e porta il celebrante a rivolgersi celebrando la messa verso i fedeli. Non più spalle a loro.
I fedeli che cantano insieme al sacerdote canti di felicità, non più antiche arie tristi e dimesse e spesso auliche, cappe oppressive sulle teste della gente.
Le chitarre che la fanno da padrone sugli organi a canne, con il disappunto e pieno ostacolo della aristocrazia clericale, degli spaventati eroi dell’ipocrisia di cui erano piene le prime file delle chiese.
Che battaglie.
Le manifestazioni contro la guerra sul sagrato della chiesa. La messa celebrata nella sede di quello che era un oratorio non dichiarato, chiamato Comunità di base. Contro il parere del Vescovo.
Alla guida di questo nuovo movimento locale era un giovane prete del posto, più volte redarguito dalle autorità superiori per questi comportamenti fuori dal coro.
Ma lui aggregava, aiutava ragazzi non sempre lineari a trovare uno scopo.
Uno scopo nello sport, nel cinema con una sala di proiezioni, nel pensiero e nella riflessione.
Attorno a lui un gruppo di ragazzi motivati.
Io ero molto più giovane e seguivo con attenzione e voglia di imparare. Partecipavo, captavo, capivo quasi mai intervenivo con gente troppo grande per me. Per me che ero timidissimo, da famiglia di sani principi, ma che non aveva l’eloquenza fra le sue doti maggiori. Mi mancava l’allenamento. Ma era una scuola di vita non comune.
Quella Comunità Cristiana di Base, fermento del tempo post ‘68, poi subiva gli innesti di nuovi soggetti più legati agli ambienti progressisti del tempo e nella discussione di quegli anni perde la sua parola Cristiana diventando solo di base. Per aprirsi a chi rifletteva ancora sulla propria fede.
Gesù come Che Guevara.
Poi la discussione prende strade più profonde e le strade si dividono.
A sinistra i Cristiani per il socialismo, i cattolici del dissenso di matrice cilena, a sostegno prima e vicino alla fine di Salvador Allende. Arrivano da noi con il prete che torna nelle sue terre dopo l’esperienza nell’America del Sud. Un prete scomodo, fuori dagli schemi. Vestito come la gente comune, che aggrega ragazzi senza fare sforzi.
La chiesa ufficiale cerca in tutti i modo di ostacolare la sua azione pastorale. Si perché era un vero pastore, raccoglieva pecore in giro, quelle più sperdute, brutte, spellacchiate, ma anche i soggetti più socialmente attivi. Importate aprire discussioni, dibattiti, fronti nuovi, prospettive.
Lo sposta dal centro in una frazione. Li aggrega e porta in chiesa ragazzi prima lontani.
Allora lo sposta in un’altra frazione più piccola. Anche li riesce ad aggregare e fare della chiesa un luogo di incontro e dibattito. Di protesta contro il potere. Qualsiasi potere.
Finché negli anni lo sfianca e lui lascia la tonaca, che non aveva mai indossato, e si fa laico. E si rifugia in un luogo sperduto in cima ad un monte.
Scenderà poche volte, ogni tanto. Scambierà ogni volta passione e pareri con gli amici, con gli ex parrocchiani, con chi vuole parlare. Rimarrà per sempre Don Norberto.
Ancora più a sinistra l’MLS, il Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, di Salvatore Toscano.
Con il mio mentore del tempo, poi persosi moltissimi anni dopo fra affari e politica deviata, andiamo a Milano al Congresso dell’MLS. Ci ospitano in una soffitta. Una esperienza indimenticabile. Il mio primo congresso politico. Le tesi finali di Luca Cafiero, il libro di Salvatore Toscano. Pietre miliari della mia costruzione politico sociale.
Partito da una famiglia borghese, dalle origini in parte socialiste ed in parte democristiana, poi virata per vicissitudini, ringraziamenti e paure, verso la DC di quel tempo. Dopo le mie esperienze con la sinistra cristiana, mi sposto direttamente verso la sinistra extraparlamentare. Verso quegli ambienti che in una città sarebbero stati contigui agli ambienti del terrorismo di sinistra. Per molti, di uno spessore politico e culturale molto maggiore del mio, il salto fu quasi naturale in quel tempo di oppressione da parte del potere. Il potere in quegli anni lo sentivi sulle tue spalle, controllava e decideva tutti gli ambiti della vita, il posto di lavoro, la carriera universitaria, la sanità, la giustizia. Quindi per qualcuno il salto fu naturale per l’epoca, se può essere considerato naturale imbracciare un’arma e sparare.
Più fedeli alla fede, le Comunità cristiane.
Sempre però più avanti e contrapposte spessissimo alla vecchia Azione Cattolica della borghesia, poco illuminata, dei notabili locali.
Don Gabriele, “il Din-Don” più attaccato a questa realtà. Dissenziente per la spinta della società del tempo, dei movimenti studenteschi. Noi tutti capelli lunghi, maglie strette attillate, pantaloni a campana. La divisa del giovane del tempo.
Un giorno Din Don propone di andare a Taizé.
“Taizé?”
“Cos’era Taizé?” “Dov’era Taizé?”
Come dicevamo era il 1974.
Partenza in treno dalla stazione di Pesaro, in cinque, con l’immancabile chitarra. Io ero il più giovane del gruppo.
Un viaggio avventuroso verso la collina di Frère Roger, quel frate che nel dopoguerra aveva creato quella comunità monastica, all’inizio intorno da una chiesa isolata alla maniera francescana, non ben vista dalla chiesa ufficiale, ma pian piano digerita vista la dirompenza della sua importanza fra i giovani nel tempo. Una comunità che divenne un punto di riferimento nel panorama religioso europeo, specie tra i giovani. Alla fine degli anni sessanta e soprattutto dopo la fase di contestazione ‘68 francese, sempre più numerosi i giovani arrivarono a Taizé per cercare una nuova fede e nuove motivazioni.
Il sessantotto aveva messo in discussione il mondo degli adulti senza risparmiare le stesse chiese cristiane. La comunità di Frère Roger lanciò allora la proposta di un Concilio dei giovani e diede l’annuncio ufficiale durante le celebrazioni della Pasqua del 1970.
Gli eventi successivi avrebbero superato ogni previsione. Le parole di Frère Roger e l’espressione “concilio dei giovani” avevano fatto nascere in molti giovani una speranza ed un impegno nella fede e la parola concilio faceva pensare a un grande ed ufficiale evento religioso.
Nei quattro anni programmati per la preparazione del concilio la partecipazione fu impressionante. La disordinata gioventù degli anni settanta, una vera marea umana, che si riversò sulla collina in quegli anni, non spaventò frère Roger e la sua comunità. La ormai famosa collina di Taizé fu attrezzata con tende e coperte per accogliere tutti. Poi tendoni da circo, tende collettive militari.
“… il Concilio dei giovani è come un seme che stiamo per gettare nella terra. La terra sono io, sei tu, simao noi, sono gli altri, coscienti oppure no …”
Uno strano modo di vedere in avanti nella chiesa, ma con spinte fortissime di restaurazione e ritorno alle preghiere ed alla riflessione.
Al ritorno dicevamo fieri che tutti avrebbero dovuto fare una esperienza così nella vita. La vita stessa avrebbe preso tutta un’altra strada, un altro modo di vederla, di affrontarla.
Arriva anche la pioggia fra quelle tende piantate sulla terra calpestata da migliaia di giovani ogni anno. L’erba non faceva in tempo a crescere e quella terra brulla e marrone si trasformò velocemente in un pantano indescrivibile.
Dalle tende al pantano, dal pantano ai tendoni di ritrovo, di refezione, di riflessione, di ascolto.
Io scelgo di stare in cucina al servizio mensa. A servire pasti, migliaia di pasti. La mattina preparare il latte e caffè con quelle polveri preparate delle quali scrivendo sento ancora l’odore ed il sapore.
Poi a pranzo le zuppe o la pasta che in tutti i Paesi serve a riempire le pance delle masse.
Il the per chi a metà giornata voleva spezzare.
I potage, le creme a sera.
Migliaia di pasti caldi. Una organizzazione impeccabile tutta autogestita.
Poi se qualcosa non era impeccabile la filosofia di vita di chi arrivava in quei posti, lo rendeva non accettabile, ma perfetto.
La mente umana che macchina perfetta quella si.
Si adatta a tutte le situazioni. Anzi esalta alcuni frangenti che in altri contesti rifiuterebbe completamente e prioritariamente.
Il Don tutta la settimana si chiude nel luogo del silenzio.
Una settimana vivere fianco a fianco con decine di persone senza parlare ne ascoltare nulla e nessuno. Ammesso pregare in silenzio.
Lo abbiamo visto il primo giorno in fila per il pasto con la tuta sportiva sponsorizzata della squadra di basket della nostra cittadina, poi lo abbiamo rivisto il giorno del raduno, il giorno prima di ripartire. Bella compagnia lo abbiamo redarguito.
Noi solo mezz’ora di silenzio in tutta la settimana. Anche se quella mezz’ora stupì molti giornalisti: «Quale pastore o quale parroco avrebbero ottenuto mezz’ora di silenzio totale da parte di 40.000 giovani riuniti?» si chiedeva un giornale dell’epoca.
La liturgia, i canti e le preghiere che ci radunavano attorno ai monaci tre volte al giorno non esaurivano la giornata sulla collina che si arricchiva di molteplici occasioni di incontro in un clima di festa, di momenti di studio di testi biblici, di dibattito e discussione su vari temi sviluppati nella ricchezza delle diverse lingue, esperienze e culture presenti. Se penso e mi soffermo a riflettere, ancora non riesco a ricordare in che lingua parlavo, in che lingua ascoltavo. Come se la Torre di Babele si fosse rovesciata e tutti parlavano nella loro lingua ed ascoltavano nella lingua degli altri. Affascinante.
Ma il giorno del raduno era anche il giorno di Frère Roger. Lui, l’uomo che aveva creato tutto questo da una pazza idea era davanti a noi e si accingeva a parlare a tutti noi. A parlare ai suoi figli.
Un sessantenne dall’aria molto più giovane, sembrava uno di noi. Il fondatore di quella comunità monastica, che anno dopo anno radunava giovani da tutto il mondo per parlare di pace, di fratellanza, dell’importanza dello studio, del futuro dopo Taizé, socializzazione, organizzare i servizi alle popolazioni.
Alla domanda volete fare politica Frère Roger rispondeva: “ …… Dare la propria vita perché l’uomo non sia più vittima dell’uomo. Così sembra impensabile che il concilio dei giovani non assuma una scelta nel campo della vita politica. Se non lo facesse noi non forzeremmo le cose, noi a Taizé, ma chiederemmo il perché di questo rifiuto. Senza impegno per la giustizia, il concilio dei giovani mancherebbe alla sua missione……..”
Tantissimi al loro ritorno da quella breve, ma intesa esperienza hanno diviso la loro vita mentalmente e nel fare quotidiano, nel prima e nel dopo Taizé.
Un altro grande esempio di vita ed appiglio per crescere e migliorare me stesso lo trovai in quegli anni in Don Lorenzo Milani, ormai morto da diversi anni, lasciando scritti di grande spessore ancora dirompenti nei primi anni ‘70.
L’obbedienza non è più una virtù, Lettera a una professoressa, A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, La scuola è un diritto, La scuola delle disobbedienza, pietre miliari della mia formazione politico sociale, dell’antagonismo verso la guerra, all’obiezione di coscienza poi pronto ad utilizzarla nel ‘77 a Bologna.
La sua famosa scuola di Barbiana diventata l’icona del nuovo mondo.
I suoi motti, le sua frasi ti rimanevano impresse per sempre nella mente e nel cuore.
“Non c’è nulla di più ingiusto quanto far parti uguali fra diseguali”
La vecchia storia della media applicata alla vita reale dei popoli. E’ sempre sbilanciata verso chi ha già.
La scuola di Don Milani aveva sede in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa di Barbiana, un paese con un nucleo di poche case intorno alla chiesa e molti casolari sparsi sulle pendici del Monte Giovi. Con il bel tempo si faceva scuola all’aperto sotto il pergolato. La scuola di Barbiana era un vero e proprio luogo collettivo dove si lavorava tutti insieme, chi sapeva di più aiutava e sosteneva chi sapeva di meno. La scuola suscitò immediatamente molte critiche e ad essa furono rivolti attacchi, sia dal mondo della chiesa sia da quello laico.
In quegli anni di formazione la mia sintesi trovava spazio nel leggere in modo diverso anche la visita in gita scolastica al sacrario di Redipuglia.
Le risposte a queste critiche vennero date con “Lettera a una professoressa”, del maggio 1967, in cui i ragazzi della scuola e don Milani denunciavano il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l’istruzione delle classi più ricche, come nel libro “Pierino del dottore”, il figlio del dottore, che sa già leggere quando arriva alle elementari, mentre permaneva la piaga dell’analfabetismo in gran parte del paese. La Lettera a una professoressa fu scritta negli anni della malattia di don Milani. Pubblicato un mese prima della sua morte è diventata uno dei testi di riferimento del movimento studentesco ‘68. Altre esperienze di scuole popolari sono nate nel corso degli anni basandosi sull’esperienza di don Lorenzo e sulla Lettera a una professoressa.
“Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il Mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri.”
Da queste basi io raccontavo, a mio modo, la storia di una povero barbone ucciso bruciato tra i suoi cartoni nella notte di Roma da balordi senza tempo.
Tutte le notti sotto un porticato
dormivi coperto da un grosso cartone
ti faceva da letto un gelido marmo
il cielo di Roma il tuo immenso tetto
non davi fastidio a nessuno
e stavi in tranquillità
eri uno dei tanti immigrati
a cercare la libertà….
La libertà che hai trovato
è quella di essere ucciso
morto bruciato in un rogo
avvolto in un manto di fuoco
cosparso di alcol, accesa una fiamma
una vita che parte, un falò sulla strada…
I quattro hanno ucciso gratuitamente
senza una ragione per puro sadismo
o per razzismo verso chi come te
è solo un povero nero e diverso…
Un gioco un po’ macabro per togliersi un capriccio
un gioco dei figli di quella borghesia
che scive sui muri “morte ai barboni”
disprezzano la vita
di chi non ha i galloni…
Una scatola di cartone in mano a un altro nero
richiede il funerale per chi non aveva niente
cartelli in tante lingue per spiegare l’accaduto
una cupa manifestazione di dolore e rifiuto..
Rifiuto della violenza che li colpisce ogni notte
in questa città crudele che brucia e da botte
non lo chiamano razzismo, ma pulizia
uccidere chi non produce energia…
I giornali hanno voluto dare spiegazioni
sociologiche e umane a certe manifestazioni
ma non c’è una ragione per uccidere chi
soffre già abbastanza nel rimanere qui
e dal terzo mondo è voluto venire
dove il progresso non doveva far soffrire ……
… In morte di un nero, somalo, barbone,
Mohamed, uno dei 100.000 sfruttati immigrati a Roma per cercare la Pace…
“Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini, ne davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.”
Dibattevamo animatamente questo tema fra noi ragazzi ed io riflettevo in musica sul perché esistevano ancora divise di morte.
Morti per una divisa attaccata alla pelle
morti per una paura di vita che gli ha legato le mani
morti per un sogno strano che poi hanno portato nel cuore
quella divisa attaccata alla pelle gli è costata l’amore…
Morti per una speranza lasciata la nel Paese
fra strade e case cadenti ed antiche senza pretese
e ricordando soltanto qualcosa che ti dica tu esisti
magari un colpo di arma da fuoco che ti ripeta tu muori…
Morti per una canzone per un coro strano
cantata oltre il monte ed il mondo molto lontano
oltre indecenza e pazzia, paura o ingenuità
con l’ultima strofa che chiede “non hai pietà”…
Don Milani voleva costruire a Barbiana un’istituzione inclusiva, democratica, con il fine non di selezionare, ma piuttosto di far arrivare, tramite un insegnamento personalizzato, tutti gli alunni a un livello minimo d’istruzione, garantendo l’eguaglianza, eliminando quelle differenze che derivano da censo e condizione sociale.
Eravamo affascinati dagli scritti di un uomo così diretto, schietto, secco nei suoi concetti, nell’arrivare subito al tema, sollevarlo e dare subito una risposta.
Chi in quei tempi frequentava le periferie ed i sobborghi meno abbienti aveva bisogno di risposte immediate e semplici ad arrivare. La complessità che certe risposte avevano dietro di loro andava rivolta ad altre platee.
Li bisognava arrivare subito.
Se ti dilungavi in analisi complesse perdevi il tuo interlocutore, forse per sempre.
