Claudio, questo nome ogni tanto passa nella mia vita.
Da piccoli alle scuole elementari scrivevo nei temi che Claudio Ottaviani era il mio migliore amico.
Da più grande Claudio Lolli cantautore, dagli anni ‘70 ha accompagnato per molto tempo la mia passione musicale.
Poi nella maturità Claudio del Monaco mi accompagnava nel mondo fantastico ed a volte surreale della lirica e della vita di artisti e melomani.
Ma è Claudio, il Lolli, che mi ha accompagnato per più tempo e mi è stato vicino.

Noi siamo nati e vissuti in mondi diversi, ma se ci fossimo incontrati ci saremmo voluti bene.
Io l’ho incontrato, lui da artista sul palco ed io da spettatore, due volte nel pieno della sua carriera negli anni 70/80, poi da cantautore di spalla a Guccini ed in una rassegna con di cantautori impegnati. Infine una volta al termine della sua lunga carriera nel 2011, quando recitava cantando ed a fatica riusciva a stare sul palco.
Tutte situazione diverse, ma sempre è riuscito a trasmettermi quella sua poesia, quell’essere impegnato, ma senza essere uomo di lotta, quel saper cantare sia l’amore che l’impegno un po’ allo stesso modo, sullo stesso piano.
Poi appena ho potuto l’ho cantato nei miei spettacoli, nelle mie registrazioni, da Anna di Francia a 1 maggio di festa, alla grande Agosto.
Era nelle mie corde, come me aveva un estensione vocale corta, ma in alcuni suoni, intensa.
Ma io sono stato un suo allievo, lui è stato e rimarrà il maestro. Lui è stato uno dei più rappresentativi cantautori italiani, io un dilettante appassionato.

Lui in modo super poetico raccontava la necessità del suo distacco dai genitori… mia madre l’ho chiamata sasso perché fosse duratura si ma non viva… i miei amici l’ho chiamati piedi perché ero felice solo quando si partiva….
Nei momenti di lotta degli anni ‘70, lui abbastanza più grande di me, era già studente impegnato di filosofia proveniente da una famiglia acculturata.
Io a quel tempo, ancora studente dei tecnici delle superiori, ancora poco più che vuoto vanesio prima del mio incontro con la mia prof di italiano che mi ha cambiato totalmente la vita, provenivo da una famiglia dignitosa, di sani principi, ma della media borghesia del tempo post anni ‘60, con voglia di vivere e divertirsi.
Io studente delle superiori andavo a Roma dalla mia amica e con lei alle manifestazioni di piazza di quegli anni. Poi alle cariche della polizia, ai lanci di sampietrini fuggivamo e ci rifugiavamo nei bar.
Lui già studente universitario a Bologna andava alla manifestazione a Roma e si faceva arrestare.
Suo padre lo tirava fuori dalla galera, il mio mi pensava a Roma a casa della mia amica.
Alla fine degli anni ‘70 lui cantava … Ho visto anche degli zingari felici… ed io cantavo la mia Ballata per Francesco. Con quel disco diventa il cantante del Movimento e ha il successo che si merita.
Io a mio modo, senza successo, solo per i miei amici, cantavo gli avvenimenti degli anni ‘70, il movimento 77, le lotte di piazza e la voglia di riscatto dei giovani come me.
In qualche modo, lontani duecento chilometri, senza conoscerci, raccontavamo la nostra versione della storia di quel tempo.
Gli anni ‘70 fino a metà degli ‘80 sono stati un periodo di grande sperimentazione, da Picchi, a Ricky Gianco, a Claudio Rocchi. Claudio Lolli si avvicinava più a ciò che cantava Gianfranco Manfredi… ultimo moicano, sampietrino in mano.. non c’è più polizia… ora chi lo tiro ….vado a fare un giro ….entro in un caffè … ma con uno spessore culturale, una ricerca musicale ed una voglia di sperimentare di un tutt’altro livello.
Era il periodo delle grandi discussioni sui cantautori.
I miei amici si scaldavano quando io dicevo che Battisti era un innovatore, loro dicevano era un fascista.. a me piaceva De Andrè, De Gregori, ma amavo chi rompeva gli schemi nella lotta come Lolli e Manfredi, che usavano musica colta e ritmi jazz su testi di forte impegno o chi destrutturava la musica come Battiato.
Poi Guccini rimaneva il totem che ci accontentava un po’ tutti.
Anche lui, cantastorie da osteria, utilizzava pochissimi accordi e giri armonici, ma ci metteva sopra quella voce particolare e quell’accento emiliano e quelle storie fra il realismo ed il fantastico sempre piene di cultura, di storia, di racconto appassionato.
